ALL I WANT FOR HOLiDAYS IS... MUSIC SHOW – BrodoStudio
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ALL I WANT FOR HOLiDAYS IS… MUSIC SHOW

ALL I WANT FOR HOLiDAYS IS… MUSIC SHOW

Nuove uscite di Natale e altra musica da videoproiettore…

State ancora smaltendo i banchetti natalizi sul divano e avete divorato intere Serie Tv stabilendo nuovi primati personali? La verità è che qui non siete soli, ma certamente in buona compagnia. Come ogni anno le festività sono il momento migliore per “aggiornarsi” e “scoprire” la musica per il piccolo schermo. Live show, speciali di Natale, documentari, musical, per chi ama la musica, il cinema e la TV in ogni sua declinazione non c’è periodo dell’anno migliore!

Tape 1: Billie Eilish / Happier Than Ever A Love Letter To Los Angeles

Il primo show su cui ci siamo imbattuti, riguarda il fenomeno e astro nascente, si fa per dire, del pop internazionale Billie Elish. Già vincitrice di un Grammy Award nella categoria Record of the Year per il brano Everything I Wanted la cantante statunitense ha presentato lo scorso settembre su Disney+ la sua opera cine-televisiva Happier Than Ever A Love Letter To Los Angeles. A cinematic concert experience, un sottotitolo ambizioso che ha generato non poche aspettative.

In realtà non è stata l’unica cosa ad aver averci attratto, la produzione audiovisiva infatti contiene due nomi di spessore, il primo è Patrick Osborne già premio oscar con Winston (miglior corto d’animazione), e il secondo niente di meno che Robert Rodriguez, già proprio lui. Regista, Autore, Produttore, Montatore tra i più prolifici e talentuosi ma per molti ancora quello che ha lavorato con Tarantino. Ad ogni modo il regista Rodriquez (che si ispira apertamente a Carpenter e per questo lo amiamo in modo sconfinato) ha firmato opere come Sin City, Planet Terror, Dal tramonto all’Alba, sempre sospeso tra horror e action, tra splatter grottesco e commedia. Un estetica e una narrativa molto precisa, cosa centra quindi con Billie Eilish? Ma soprattutto adesso l’hype è altissimo (almeno per quel che riguarda la regia).

Partendo dai presupposti diciamo subito che le aspettative, quantomeno della portata dell’operazione, sono più che rispettate. Le immagini dello show registrate nell’iconico Hollywood Bowl ben confezionate, fluide e perfette come le migliori produzioni hollywoodiane sanno fare, si alternano a momenti narrativi lasciati alle lucide animazioni di Osborne. Nelle parti dedicate al live acting invece lo stage si svuota e si riempie con un ritmo ben ponderato, si alternano uno dopo l’altro brani che ci permettono di avvicinarci all’artista con intimità e altri in cui si ostenta tutta la potenza e la carica della Los Angeles Philharmonic Orchestra diretta da Gustavo Adolfo Dudamel Ramírez. Dal punto di vista della regia e del montaggio nulla da eccepire, uno show nel complesso confezionato a regola d’arte e che soffre solo in alcuni momenti della mancanza di una regia televisiva pura, mostrando i limiti ad esempio dovuti dall’utilizzo di una sola macchina da presa principale (e di qualche unità aggiuntiva). I tagli in montaggio in questo modo non consentono grandi peripezie, manca il ritmo del live show broadcast, il senso musicale del live broadcast in cui si sottolineano gli attacchi e le strofe, in cui ci si sofferma sul dettaglio, tutto ciò a vantaggio tuttavia della pulizia della scena che appare volutamente sempre perfetta, cinematografica appunto. Insomma nulla da eccepire come prodotto, ma da Rodriquez visto quello che sa fare onestamente ci si aspetta più coraggio.

Tape 2: Moby Doc

Il secondo film che ci siamo regalati, come si evince dal titolo è un documentario monografico dedicato al talentuoso, sempre verde e sempre veggy artista Newyorkese. Su Richard Melville Hall in arte Moby è stato scritto e detto ampiamente, conosciamo le sue battaglie sociali e personali, i suoi trascorsi con le dipendenze hanno riempito riviste e blog di ogni sorta. Quello che emerge in questa opera monografica è invece la sua ostinata ricerca del senso della vita (o della filosofia del successo) per dirla alla Monty Python nel cercare di costruire ipotesi sul significato della vita. ee temporali e narrative. Gli espedienti usati dal regista e autore Rob Gordon Bralver sono molteplici, si passa infatti dall’archivio alla messa in scena parodistica e grottesca, dalle animazioni punk al racconto in terza persona tramite l’uso di illusioni analogiche in stile nineteen di chiara matrice gondriana, fino alle scene oniriche (omaggio o ispirazioni dell’amico David Lynch presente in video come intervistato e voce narrante).

Anche in questo secondo caso abbiamo assistito a un’opera di alto livello, una monografia intima e ricercata, ecco fin troppo. L’impressione che le sovrastrutture narrative abbiano appesantito e ostacolato il contenuto “drammatico” e intimo del personaggio reale e del vero soggetto, la vita Richard Melville Hall. Sicuramente parliamo di una persona dalla grande ironia che ha saputo scherzare e forse esorcizzare grazie al grottesco i propri fantasmi. Un raggio laser che attraversa il deserto di Los Angeles, un il fuoco d’artificio sopra il palco di rave techno che, parafransando De Filippo, “illumina la commedia della vita che sta per nascere dal buio”.

Da vedere e ballare senza neanche pensarci su un istante.

Tape 3: LCD SOUNDSYSTEM HOLYDAY SPECIAL

C’è special e special, e quello prodotto da Amazon Prime per gli inossidabili LCD Soundsystem è forse uno dei migliori prodotti audiovisivi d’intrattenimento musicale di questo Natale.

Nonostante lo show non nasca come un’operazione programmata, ma come risposta alla cancellazione della band di tre spettacoli previsti a New York proprio a Natale 2021 causa covid-19, il risultato è davvero eccellente!

Un format Live semplice e ben confezionato, esecuzione dei brani, scaletta, scenografia in coerenza con lo stile della band, tutto semplice ma a stupire e far sorridere sono le parti storytelling inserite in apertura e tra un brano e l’altro.

Lo show Holiday Special infatti riproduce il mood di una sitcom anni ’90 (a proposito delle tecniche di nostalgia di cui abbiamo spesso parlato) e nel farlo coinvolge diversi attori, tra cui loro Macaulay Culkin (il protagonista di Mamma ho perso l’aereo), Aparna NancherlaJon DalyChristine Ko, che interpretano i membri degli LCD Soundsytem. La scelta della parodia per quanto già ampiamente sfruttata funziona sempre, distende e diluisce il brodo dello spettacolo rassicurandoci per bene come deve ogni show di Natale che si rispetti, soprattutto quelli pandemici.

Nonostante la struttura narrativa in appendice, il focus rimane sull’esibizione, lo show da il giusto risalto alla parte musicale e della performance live in se, si apprezzano i dettagli, le piccole sfumature, le imperfezioni come le improvvisazioni sul tema.

Non potevamo far passare queste vacanze senza “recuperare” uno dei titoli più attesi in assoluto in questo 2021, ovviamente stiamo parlando dell’opera di Peter Jackson dedicata ai Fab Four!

Tape 4: The Beatles Get Back!

Il regista new zelandese non ha certo bisogno di presentazioni, tuttavia, conoscendo la sua maniacale cura del montaggio l’idea di un suo intervento su più di 60 ore di girato e 150 ore di materiale audio inediti è senza dubbio eccitante. Il film documentario inizialmente doveva uscire nelle sale, ma causa covid e dopo 4 anni di restauro e montaggio si è scelto di presentarlo on-demand come una mini serie di 3 episodi per un totale di più di 8 ore di documentario! Considerata l’importanza storica del materiale che ritrae di fatto l’ultima esibizione pubblica dei Beatles e la qualità della produzione che si è attivata, le aspettative sono giustamente elevatissime.

Il film ci riporta al gennaio del 1969 nel momento in cui John, Paul, George e Ringo, iniziarono la gestazione del progetto “Get Back” che sfocerà nella Rooftop Performance e successivamente negli ultimi album “Abbey Road” e “Let It Be”. I Beatles si trincerarono nei Twickenham Film Studios dando vita a una serie di session di registrazioni che sarebbero dovute sfociare in qualcosa di non ben definito, un album con forse il film di un live show in un teatro romano, uno show televisivo, un concerto in un orfanotrofio oppure su di un battello. Dopo il flop del film precedente “Magical Mystery Tour”, la morte per overdose del loro manager Brian Epstein e i ben noti attriti interni i quattro che non apparivano al pubblico dal vivo dal 1966 decidono di intraprendere questa folle avventura.

Tutte queste vicende, i maliumori, gli attriti, gli egocentrismi, sono già stati sviscerati e consegnati alla storia nel precedente film/album Let It Be uscito dopo il loro inevitabile scioglimento nel 1970. Parte dell’iconografia della band deriva proprio da quelle session di ripresa. Qui Jackson fa probabilmente l’operazione più interessante, ovvero cerca di raccontare altri aspetti del rapporto tra i quattro amici e componenti della band più famosa al mondo, sottolineando gli slanci e le dinamiche creative, mostrando le ingerenze esterne di mogli, figli ed entourage, ma rimando sempre focalizzato sulla loro musica e sul momento più alto e bello, la gioia e la felicità di suonare assieme, nonostante tutto. Questo è il vero elemento inedito del film che ci consegna un’immagine di quei giorni turbolenti dei Beatles completamente nuova, fatta di piccole ammissioni e di consapevolezza.

I tre episodi tuttavia non hanno la stessa forza, la sensazione è che la suddivisione voluta da Disney+ abbia diluito troppo l’energia del materiale originale e allentato la tensione emotiva che si percepisce nella prima e nell’ultima parte. Get back ad ogni modo stupisce ed emoziona, nel mostrare con naturalezza e integrità il lato umano dei Fab Four intenti a ridere e scherzare tra loro, a volte tristi o pensierosi ma comunque felici e desiderosi di esprimersi. Così, mentre i nostri amati Beatles se ne salgono sul tetto, ce ne rimaniamo da questo lato dello schermo completamente assorti e immersi nel loro mondo, ad origliare e a meravigliarci ancora una volta della stagione della loro musica.